Gianfranco Rebora, Sviluppo & Organizzazione, agosto/settembre 2011
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Qualche anno fa il Rapporto del Censis sulla società italiana aveva dato evidenza al ruolo giocato dalle ‘minoranze attive e vitali’ che spezzano l’inerzia italiana nei vari settori ma non riescono a farsi sistema. Gli imprenditori e le imprese del made in Italy sono forse la componente principale di queste ‘minoranze’, il cui successo e la cui importanza oggettiva non trovano riscontro in una corrispondente capacità di far sentire la propria voce e di guidare una nuova fase di sviluppo del nostro paese.
È un tema che continua a essere attuale nel lungo attraversamento della crisi che stiamo vivendo; l’industria italiana continua a essere competitiva in molte sue componenti, offre prodotti e anche modelli d’impresa che vengono apprezzati all’estero, ma questo non sembra bastare per tenere a galla l’intero paese in una navigazione sempre più difficile.
L’esistenza e il valore di un “Italian way of doing industry” sono posti al centro di un lavoro di ricerca importante promosso dalla Fondazione IRSO, i cui primi risultati confluiscono nel volume curato da Federico Butera e Giorgio De Michelis, che arriva il libreria nel settembre 2011.
I curatori hanno coinvolto nel progetto un gruppo importante di studiosi e ricercatori universitari e anche personaggi della realtà imprenditoriale nel tentativo di rispondere a una domanda di fondo: “cosa manca all’Italian Way per sviluppare pienamente il suo grande potenziale competitivo?”
Nel suo saggio di sintesi Federico Butera compie lo sforzo di delineare quanto accomuna la capacità di competere delle imprese poste al centro dell’analisi, proponendo un modello imperniato sull’ottimale combinazione di cinque fattori:
1. il posizionamento sul mercato;
2. le strategie prescelte;
3. i modelli di organizzazione e di lavoro adottati;
4. l’anima dell’impresa;
5. la qualità dell’imprenditore.
Ed è dalla riflessione su questi aspetti che emergono anche le risposte alla domanda di fondo, che in massima sintesi, toccano tre aspetti: la coscienza di sé, servizi alle imprese all’altezza della sfida, una politica industriale adatta alla nuova natura delle imprese.
Come si vede, la ricerca tocca temi di grande interesse per questa rivista; soprattutto pone le caratteristiche delle organizzazioni, del modo di lavorare, di sviluppare e gestire le risorse professionali al centro di un’analisi di ampio respiro che affronta gli argomenti critici per il futuro del nostro paese e sfocia in proposte di politiche pubbliche.
Nell’intento di tenere viva l’attenzione e alimentare il dibattito su questi temi, Sviluppo & Organizzazione ha chiesto un commento su quanto emerge dalla ricerca della Fondazione IRSO ad alcuni studiosi esterni al gruppo dei ricercatori direttamente coinvolti nel progetto.
In questo articolo intervengono:
- Umberto Bertelè, Ordinario di Strategia e sistemi di pianificazione al Politecnico di Milano
- Giovanni Costa, Docente di Strategia d’impresa all’Università di Padova
- Gianfranco Dioguardi, Ordinario di Economia e Organizzazione d’impresa al Politecnico di Bari
- Giorgio Giorgetti, Ordinario di Organizzazione aziendale all’Università di Genova
- Alberto Martinelli, Ordinario di Scienza della Politica all’Università degli Studi di Milano
- Giovanni Masino, Ordinario di Organizzazione aziendale all’Università di Ferrara
- Mario Molteni, Ordinario di Economia aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore